Ma chi era davvero Francesco?
Assisi illuminata dal sole si stende alle basi del monte Subasio, verde ed orgoglioso.
Seduto da solo, su di un muretto di pietra bianca, con le gambe a penzoloni, scorgo un giovane perso con lo sguardo nei colori vividi della vallata sottostante.
Vestito in modo semplice e monocromatico, capelli corti con una frangetta particolare, due grandi occhi scuri, lucidi e vividi che donano vita ad un volto magro e scarno, dominato da un naso importante.
Sembra intento in una preghiera silenziosa, ma sentita.
“Ciao ragazzo, posso disturbarti?”
Mi guarda sorpreso, poi si apre in un sorriso sereno. Nessun disturbo, ascolto con gioia tutti.”
La mia impressione è che sia un tipo un po’ fuori di testa, ma qualcosa mi dice che si tratta di qualcuno speciale.
“Vuoi raccontarmi qualcosa di te?”
Mi osserva, sorride un’altra volta e scende dal muretto; mi appare ancora più magro.
“Mi chiamavo Giovanni nel gelido inverno del 1181, poi mio padre Pietro di Bernardone decise di cambiarmi nome e divenni Francesco. Ero un ricco bambino, poi divenni un ragazzo godurioso e spendaccione.
Sconcertata, sto al gioco:
“Allora sei anche divenuto un cavaliere ed hai combattuto?”
“Sì, nel 1203 o giù di lì, mi sono acquistato armatura, cavallo e lancia e sono andato contro i Perugini, alleati dei nobili assisani. Speravo di acquisire un titolo nobiliare, per poi andare in Terra santa, invece sono stato preso prigioniero.”
Dice tutto ciò con lo sguardo basso ed una voce rattristata.
“Mi sembra che questo ricordo ti renda infelice “
“Ho sofferto molto in quelle galere buie e abbandonate, ma mi sono accorto che soffriva più lo spirito che il fisico. Ho conosciuto il dolore, la sconfitta, la perdita di speranza. Tutte quelle persone sembravano chiudersi in sé stessi. Tornato a casa ero frastornato, ma anche cambiato mi sono ammalato”
Il suo volto si trasforma: eternamente giovane, ma ricolmo di tristezza e consapevolezza.
“Ho cominciato così a mettere in dubbio tutta la mia vita trascorsa e quella che mi aspettava fatta di commerci, stoffe, denari, viaggi, feste. Mio padre cominciò a non accettarmi più, perché preferivo donare che incassare.”
È vero che pur di fermarti ti incatenò?”
“Sì in una cantina buia, simile alla prigione: il mio dolore più profondo nacque quando capii che non sarei mai stato compreso in questo mio mutamento.”
Si alza, si guarda intorno e sembra che tutta la natura lo accarezzi.
“Solo il creato mi avrebbe sempre aiutato. Abbandonai tutto un giorno in cui ridiedi a mio padre ogni cosa che indossavo, e, protetto solo da un manto gettatomi addosso dal Vescovo, uscii da Assisi alla ricerca di un mondo ancora
sconosciuto. Non rividi più mio padre, solo mia madre qualche volta di nascosto… “
“E ti sei messo a restaurare piccole pievi semi abbandonate.”
“Sì, dovevo ridare vita alla preghiera, mi parlò un crocefisso, o almeno lo credetti, e incontrai la compagna che mai più mi avrebbe abbandonato: Madonna povertà.”
“Non sei rimasto solo lungo, però?”
Mi guarda fisso, e ancora sorride illuminandosi.
“Ad uno a d uno mi seguirono gli amici, poi tanti sconosciuti, ammassati sotto le frasche, senza un convento: io non volevo che avessimo una casa fissa, altrimenti saremmo stati di nuovo prigionieri della città. Liberi come gli uccelli,
poveri come i più abbandonati, ma ricchi di amore e di passione.
Pensa mi capì anche il Papa Innocenzo III, quasi si commosse davanti a questo mio ardore ed io percepii il suo appoggio, anche se ero sporco e puzzolente”
“E così hai continuato a raccogliere fratelli- dico con la voce un po’ rotta-, poi li hai invitati ad andare per il mondo, due per due, senza quasi nulla se non una bisaccia ed un mantello.”
“Volevo anche andare in Terra Santa per conquistare il cuore del Califfo: non mi fece uccidere e mi ascoltò: fui fortunato. Sono dovuto tornare alla Porziuncola, la prima piccola piena ristrutturata, perché i miei fratelli cominciavano
a non reggere più le regole di assoluta povertà che io desideravo seguissero.”
Lo guardo e capisco che questa è stata per lui una sconfitta, ma ha saputo superarla con l’ennesimo gesto di umiltà: la rinuncia ad essere la guida del suo ordine e lascia che sia Frate Elia a seguire i moltissimi confratelli.
“Oramai sei arrivato agli ultimi anni della tua vita …”
“Nel 1221 mi ritiro dalla guida dell’Ordine, nel ’22 scrivo la Regola, che solo nel ’23 verrà Bollata dal Papa. Per me comincia il periodo
della penitenza assoluta: sento che devo allontanare da me ogni tentazione, ogni gesto che non sia dedicato a Madonna Povertà, che il mondo si stava allontanando da me e che presto lo avrei lasciato “
“Però compi dei gesti molto umani: crei il primo Presepe a Greccio, ti fai curare gli occhi, lasci che ti trasportino a dorso di mulo. “
“Hai ragione, ma spesso sentivo solo dolore fisico e
cedevo, ma l’anima era elevata al Cristo e quando arrivai lassù, al Monte della Verna era il1224, fra quei boschi selvaggi e quelle caverne umide e fredde, ho provato un senso di vicinanza assoluta con Lui.”
“E Lui ti ha abbracciato forte, imprimendo in te il suo dolore umano.”
“Sì, mi donò le stigmate, sofferenza profonda, gioia infinita perché l’ho sentito finalmente e totalmente mio. Non so descrivere oltre quello che provai, forse è al di là di ogni parola. Tornai verso la Porziuncola perché volevo
essere ad Assisi quando sorella Morte mi avesse raggiunto. “
“Prima di quel momento però sei riuscito a scrivere la più bella poesia in lingua italiana di tutti tempi.”
“Il Cantico, come lo chiamate, l’ho in gran parte dettato perché non riuscivo più
a scrivere, ma nasceva dal cuore, da tutto quello che avevo profondamente amato e rispettato. I Fratelli lo cantavano e un fratello li accompagnava col suono di una cetra “
“E quella notte di ottobre del1226 mentre raggiungevi la tua gioia più intensa, hai chiesto che loro cantassero. Accanto a te c’erano i mostaccioli, il tuo dolce preferito, unica debolezza che ti concedesti. È vero?”
“Fatico a ricordare, ma credo di sì: ero un po’goloso e sorella Jacopo dei Sette soli me li portò. Ma nell’attimo finale io provai solo la leggerezza di abbandonare un corpo oramai gabbia per me. “
Si alza ed appare ancora più magro, lo sguardo è febbrile.
“Dimenticavo: un’altra persona merita di essere ricordata sempre: Chiara. Anche lei provò quasi tutti i miei dolori e mi salutò con sofferenza da dietro le grate che aveva interposto col mondo. Constato che oggi sapete tutto di me,
di lei, di noi fratelli, sicuramente più che io stesso, mi attribuite ora un fratello Angelo, ma tutti per me lo erano. Continuate ad amarmi, ma con la semplicità con cui io amato tutti gli esseri viventi, non abusate della santità
che ci fu attribuita senza che nessuno di noi la chiedesse. Ora vado, è giunto il tramonto e preferisco rientrare nel silenzio. Pace e bene, sorella:”
Sono molto commossa, ma prima di girarsi e perdersi nel fuoco del tramonto mi sfiora la mano e mi lascia fra le dita un crocefisso a forma di Tau, con una crepa al suo centro, simbolo delle stigmate.
Svanisce nella luce ed a me resta questo pezzetto di legno a scaldarmi il cuore.