La Portulaca
di Maddalena Zuddas Guida Ambientale Escursionistica e Guida Turistica
L’erba preferita dalla Ganghina
Ci sono piante che crescono silenziose ai margini degli orti, tra le crepe dei muri o lungo i sentieri assolati di campagna.
Per molti sono semplici erbacce. Per altri custodiscono memorie, sapori antichi e saperi popolari destinati a non essere dimenticati. La portulaca è una di queste.
Dai 7 ai 9 anni ho felicemente vissuto a Torrenieri, un piccolo borgo della Val d’Orcia dove ho imparato a conoscere e amare la natura. Ricordo che al nostro stesso piano viveva una vecchina minuscola, sempre paonazza in volto e continuamente in cammino per cercare qualcosa da mangiare nei campi. Tutti la conoscevamo come la Ganghina. Mi sembra che il suo nome fosse Nunziatina; non ricordo quanti anni avesse, ma in paese la consideravano molto anziana.
Nel pomeriggio, mentre facevo i compiti, aspettavo di sentirla salire per le scale e correvo subito da lei per vedere cosa avesse trovato per la sua cena. A seconda delle stagioni poteva tornare a casa, come diceva lei, con “un fungarello”, “du’ erbine”, “una meluccia” oppure altri frutti raccolti durante le sue passeggiate nei campi. In tarda primavera e in estate spesso rientrava con strani rami di una pianta carnosa che chiamava “erba grassa” e di cui era ghiottissima. La metteva nella panzanella, la mangiava cruda con un pomodoro oppure “rosolita un pochino nell’olio pe’ condì du’ fili di pasta”, perché secondo lei era “bona in tutte le maniere” e faceva assai bene. Solo molti anni dopo, studiando le piante spontanee, capii che si trattava della portulaca (Portulaca oleracea).
La portulaca è una specie erbacea annuale dai fusti striscianti, ramificati, lisci e carnosi, spesso rossastri. Le foglie sono piccole, tondeggianti e succulente, di un verde chiaro brillante. I fiori, minuscoli e gialli, si aprono soltanto per poche ore nelle mattine soleggiate tra maggio e agosto, quasi come piccoli segreti affidati alla luce.
Il frutto contiene numerosissimi semi neri e duri ed è formato da una piccola capsula detta “pisside”. Il termine deriva dal greco pyxis, cioè “scatola”, perché quando il frutto matura la parte superiore si apre come un minuscolo coperchio lasciando uscire i semi. Anche il nome “portulaca” deriva dal latino portula, “piccola porta”, proprio in riferimento a questo curioso meccanismo naturale.
Originaria dell’Asia meridionale, oggi la portulaca è diffusa in tutta Italia fino a circa 1700 metri di altitudine. Cresce facilmente nei terreni lavorati, negli orti, nei giardini e persino tra le fessure dei marciapiedi. La sua straordinaria resistenza alla siccità e al caldo è dovuta alla capacità di accumulare acqua nei tessuti, caratteristica tipica delle piante succulente.
La portulaca era conosciuta già oltre quattromila anni fa in Mesopotamia e in Egitto, dove veniva coltivata sia come pianta officinale sia come alimento. Successivamente il suo uso si diffuse nel mondo greco e romano. Lo scrittore romano Marco Terenzio Varrone la cita nel trattato De Re Rustica tra le comuni piante da orto dell’epoca, mentre il medico greco Dioscoride, nella celebre opera De materia medica, le attribuisce proprietà rinfrescanti, antinfiammatorie e cicatrizzanti.
Durante il Medioevo la portulaca veniva coltivata nei monasteri e utilizzata sia come cibo per i poveri sia come rimedio terapeutico e magico. Si credeva infatti che fosse capace di tenere lontani gli spiriti maligni e proteggere dal male. Anche Carlo Magno ne riconobbe l’importanza e nel celebre Capitulare de villis la inserì tra le specie che dovevano essere coltivate obbligatoriamente nei giardini imperiali.
Per secoli questa pianta fu molto apprezzata nelle cucine popolari europee, fino a quando, tra Settecento e Ottocento, l’arrivo delle nuove specie alimentari provenienti dalle Americhe ne causò un lento declino. Eppure nelle campagne italiane continuò a sopravvivere nella memoria contadina. In Toscana arricchiva la panzanella; nel Sud Italia veniva consumata nelle insalate crude con pomodori, cetrioli e cipolle oppure aggiunta alle patate bollite.
Negli ultimi anni la portulaca è tornata protagonista grazie alle sue qualità nutrizionali. È ricca di omega-3,
vitamina C, vitamina A, magnesio, potassio e calcio. Le sue proprietà depurative, diuretiche e rinfrescanti erano già note nella medicina popolare, mentre oggi la ricerca scientifica ne valorizza soprattutto l’alto contenuto di acidi grassi polinsaturi, importanti per la salute cardiovascolare. Non sorprende quindi che molti chef abbiano iniziato a inserirla in piatti gourmet e nella cucina contemporanea legata al recupero delle erbe spontanee.
Le foglie e i germogli della portulaca hanno un sapore fresco, leggermente acidulo e molto piacevole. Possono essere utilizzati nelle insalate, nelle minestre, nelle frittate oppure semplicemente saltati in padella. È una cucina povera, sostenibile e profondamente legata al territorio che oggi torna ad affascinare anche le nuove generazioni.
Per esperienza personale consiglio di raccogliere la portulaca nelle prime ore del mattino, quando il sole è
ancora basso. Va utilizzata subito, perché tende a deteriorarsi rapidamente: in frigorifero o immersa nell’acqua le foglie appassiscono in poche ore. Io utilizzo soprattutto le punte più tenere nelle insalate oppure cotte in padella. Dopo aver scelto i rami migliori ed eliminato le foglie ingiallite, la lavo accuratamente e la metto in padella con un filo d’olio. La lascio cuocere lentamente con il coperchio, sfruttando la sua stessa acqua, finché anche i rami non diventano morbidi. A quel punto tolgo il coperchio, aggiungo un pizzico di sale e faccio ritirare completamente il liquido. La utilizzo come condimento per il riso bollito, accompagnandola con affettato di seitan.
La portulaca è molto più di una semplice pianta spontanea: è un frammento di memoria rurale, un legame
diretto con la cucina povera e con la sapienza delle generazioni passate. Riscoprirla oggi significa recuperare non soltanto un alimento sano e sostenibile, ma anche un modo diverso di osservare il paesaggio, il tempo e la natura che ci circonda.
Testo di Maddalena Zuddas
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