IL SENTIERO DELLA DEA: LA RICERCA DELL’ARKHÉ E LA REALTÀ DEL FEMMINILE
Un viaggio tra archeologia, simbolo e identità femminile
Quando guardiamo alle immagini della donna nell’arte, dalle più antiche alle multiformi rappresentazioni contemporanee, osserviamo principalmente la trasformazione di un ideale.
Ogni epoca riporta l’effigie di un ruolo o di un canone di bellezza decalcato su un preciso schema culturale.
Con il passare del tempo e la progressiva secolarizzazione della nostra società, questi modelli hanno subito un processo di diffusione più sofisticato, senza alterarne il messaggio di fondo: attraverso la resa estetica dei media, con la funzione cruciale dei social network, si è assistito a una generazione di valori di conformità sempre nuovi, che suppurano la nostra normalità e professano ideali sempre più irraggiungibili.
LA “DONNA DELL’UOMO” E IL DISTACCO DALL’INTERIORITÀ
In questo sistema così saturo di immagini, il campione più ricorrente e universalmente riconosciuto risponde a una descrizione della donna basata su un’oggettività che è stata piegata e riadattata alla male gaze, la lente maschile.
È l’immagine della «donna dell’uomo», così definita dalla penna dell’analista Esther Harding, ovvero il ritratto di un’idea di femminile che non tiene conto dell’interpretazione che la donna ha di sé stessa, del proprio corpo e dei propri mondi interiori, ma che risponde a condizionamenti e regole determinati da altri, al di fuori di lei.
L’educazione impartita alle donne, fin da piccole, a compiacere questo modello e l’ansia che ne deriva sono stati tra i primi tasselli a comporre il mosaico della ricerca dell’artista.
“Mai come oggi si è percepito il distacco dal nostro nucleo emotivo.”
In questo quadro di validazione del ruolo e della forma, a scapito della coltivazione della flora dell’anima, nasce il bisogno di ricercare le cause più profonde delle lacerazioni dell’interiorità femminile.
UMBRA VOLTURIS olio su tela /oil on canvas
LA RICERCA DELL’ARKHÉ: IL RITORNO ALL’ORIGINE
Il percorso conduce a studi estesi all’epoca pre-patriarcale, dai quali prende forma, sul filone delle teorie di Marija Gimbutas; un approccio archeomitologico, basato sull’analisi comparata dell’archeologia e delle tradizioni popolari
A questo si affianca una riflessione fondata sulle teorie psicologiche della scuola di Carl Gustav Jung, che identificano il Sé come un inventario di simboli incarnati nei concetti di animus e anima, spirito maschile e femminile presenti tanto nell’uomo quanto nella donna.
Il primo atto dell’approccio storico, così come della guarigione psichica, materializzati nell’intervento artistico, è l’atto della discesa: il cammino a ritroso, la ricerca dell’arkhé, l’origine.
La pittura come rituale di scavo e riemersione dell’inconscio.
In questo senso, la pittura diviene un rituale di scavo: come la cazzuola dell’archeologo sfoglia il terreno, il pennello rimuove i sedimenti attorno alle figure che emergono dalle tenebre degli sfondi. L’oscurità è la tinta del mistero e dell’ignoto, la cavità uterina della Dea in cui tutto ha inizio.
Immagine: MATAR KUBILEYA olio su tela/ oil on canvas
UMBRA VOLTURIS: MORTE E RINASCITA
Affinché ci sia una rinascita, l’incontro con la morte è necessario quanto inevitabile.
Nel lavoro Umbra Volturis (Figura 1) si osserva come la presenza animale si faccia elemento simbolico di queste due concezioni. La rappresentazione di uccelli necrofagi connessa alla divinità femminile, che ci arriva dal Levante, testimonia un significato duplice di morte e vita andato perduto nel tempo.
“L’ombra diventa il luogo della trasformazione.”
MATAR KUBILEYA E L’ARCHETIPO DELLA DONNA SELVAGGIA
Alla discesa e alla morte seguono il risveglio, il ritrovamento della propria forza istintuale, la realizzazione personale.
In questo nuovo habitat la Donna Selvaggia può esprimersi con tutta la sua forza creatrice e creativa, nel suo significato di archetipo e in tutte le sue personificazioni. Clarissa Pinkola Estés la definisce come «la salute di tutte le donne» e descrive la necessità della sua comprensione come una vera e propria pratica.
Nel dipinto Matar Kubileya (Figura 2), lo spirito selvaggio è nel suo dominio e siede in trono tra due fiere leonesse.
La donna è raffigurata secondo l’iconografia della Potnia Theron (Signora degli Animali), a esprimere la sua padronanza del mondo naturale, come nella celebre statuetta di Çatal Hüyük a cui l’opera è ispirata.
ALBAN EILER olio su tela / oil on canvas
Qui il corpo si fa manifesto, richiamando un’epoca dimenticata in cui la nudità femminile aveva un significato di potere e la sessualità un valore sacro e naturale, al di là di qualunque fine estetico o interpretazione erotica.
Il corpo femminile come simbolo di potere, sacralità e appartenenza alla Natura.

CONSCIO, INCONSCIO E ARMONIA DEL FEMMINILE
La direzione degli sguardi delle due feline, quella che guarda fuori con l’occhio della mente e quella che guarda dentro, nell’anima; prefigura l’importanza del dialogo tra conscio e inconscio, mostrando come la donna possa attingere alle risorse profonde della propria psiche per realizzarsi.
L’ambizione di questa idea è la costruzione di un paesaggio interiore che possa riflettere un mondo che la sociologa Riane Eisler avrebbe definito gilanico: una realtà in cui non esiste predominio di genere, ma in cui maschile e femminile coesistono in un rapporto egalitario e circolare, di reciproca cooperazione.
RITROVARE LA PROPRIA NATURA AUTENTICA
Possiamo trarre, a compendio di queste riflessioni, che superare la convenzione significa spogliarci dei nostri travestimenti e vivere la vita secondo la nostra spiritualità, i nostri richiami e i nostri cicli interiori, con la calma dei nostri tempi.
Abbracciare l’istinto selvaggio non significa tornare a uno stato di Natura inteso come violento o incontrollato, ma ritrovare un rapporto con noi stesse vero e radicato, che ci renda libere e consapevoli nel nostro agire.
“L’istinto selvaggio non è caos: è riconnessione profonda con sé stesse.”
BIOGRAFIA
GORGÒ: tra simbolo, memoria e identità
GORGÒ è lo pseudonimo che racchiude l’identità artistica e la firma della pittrice toscana Giorgia Pratelli.
Nata a Siena nel 1998, consegue la maturità artistica presso il Liceo Artistico Duccio di Buoninsegna, dove riceve il “Premio Duccio 2017” per le Arti Figurative Bidimensionali.
Attribuisce da sempre un valore ispirazionale al concetto di tradizione, intesa come ponte di connessione con il passato per indagare le radici della propria identità.
È proprio sul tema dell’identità e del suo significato che comincia a lavorare durante gli studi accademici, fino al diploma in Pittura conseguito con lode presso l’Accademia di Belle Arti Pietro Vannucci, con una tesi sull’affresco.
Prosegue oggi la sua attività nella campagna senese, portando avanti una ricerca che coniuga teoria archeologica e psicologia dei simboli nell’esplorazione, luminosa e oscura, dell’universo femminile.